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“L’equo compenso è un diritto di tutti i collaboratori delle testate giornalistiche titolari di un rapporto di lavoro non subordinato. La legge 233/2012 non può essere stravolta e tradita con interpretazioni acrobatiche”. Lettera aperta dei freelance della Clan-Fnsi ai dirigenti di categoria e a tutti i colleghi (contrattualizzati e non).

Come giornalisti freelance, membri della Commissione nazionale lavoro autonomo Fnsi (Clan), attivi nostre realtà regionali e negli Enti di categoria, esprimiamo la nostra viva preoccupazione, e il nostro dissenso, riguardo l'attuale percorso d'attuazione della legge 233/2012 sull'equo compenso per giornalisti non contrattualizzati. Un percorso che rischia di portare ad uno svuotamento della legge 233, lasciando fuori dalla sua applicazione la maggior parte degli autonomi, e togliendo nel contempo ogni forza ai tentativi di includerli nelle tutele del contratto collettivo di lavoro giornalistico. La delibera d'indirizzo per l'attuazione della legge, approvata il 29 gennaio dalla Commissione plurilaterale per l'equo compenso, appare infatti in forte contraddizione con la lettera e lo spirito della legge 233, che all'art. 1 prevede esplicitamente che “In attuazione dell'articolo 36, primo comma, della Costituzione” l'equo compenso si deve applicare a tutti i giornalisti “titolari di un rapporto di lavoro non subordinato”. Cioè a tutti i non contrattualizzati come dipendenti. Invece, in virtù di un'interpretazione acrobatica della legge, elaborata dal consulente scelto dal Governo, che l'ha poi fortemente sostenuta, si è giunti a deliberare che l'equo compenso sarebbe applicabile solo ai giornalisti che svolgano "lavoro parasubordinato nonché autonomo economicamente dipendente svolto in modo non sporadico". Una formulazione oscura e vaga, e come tale largamente interpretabile. Che però fa trasparire chiaramente come l'equo compenso non sarebbe applicabile a tutti, ma solo ai cococo e ai non meglio definiti “autonomi economicamente dipendenti”, escludendo tutti gli altri. Va sottolineato che, nella riunione del 27 gennaio, il Presidente dell'Ordine dei giornalisti aveva correttamente depositato alla Commissione un parere “pro veritate”, formulato da un primario studio legale di Diritto del lavoro. Parere che riportava giuridicamente e con forza l'ambito di applicazione della legge 233 a quanto già chiaramente stabilito nell'art. 1 (cioè l'equo compenso a tutti, con la sola eccezione delle attività non professionali, cioè sporadiche o del tutto occasionali). E' quindi sconcertante che tale parere “pro veritate” dello Studio legale Pessi e associati non risulti poi acquisito, nemmeno come documentazione e neppure citato, nella delibera finale. Come se non esistesse. Mentre continua ad esservi citato, come suo fondamento, il parere opposto del consulente del Governo, il professor Tiziano Treu, già Ministro del Lavoro. E' poi sconcertante che nella delibera d'indirizzo si usi il termine “lavoro autonomo economicamente dipendente”, di cui però non viene definito il significato e non vi è riscontro nella legislazione italiana. E che quindi non dovrebbe avere tecnicamente alcuna conseguenza attuativa. Salvo che, tramite successive interpretazioni, non si voglia riferirlo (mutuandolo da terminologie impiegate nel dibattito teorico giuslavoristico) a un rapporto di sostanziale e prolungata monocommittenza con un unico datore di lavoro. Riducendo così drasticamente l'area degli autonomi ai quali si potrebbe applicare la legge. Ma le ambiguità nel testo d'indirizzo non terminano qui. Infatti, da una lettura dei paragrafi 2 e 3 a pagina 7 della delibera, si evince che neppure i tanti colleghi oggi formalmente autonomi, che però svolgono incarichi per i quali avrebbero dovuto essere assunti e retribuiti come dipendenti, potrebbero rivendicare l'equo compenso. Il che si risolverebbe in una doppia penalizzazione: non essere stati (e non per propria colpa) assunti, e non avere nemmeno il diritto all'equo compenso. Viceversa, l'eventuale varo nell'ambito della legge 233 di una finora inesistente figura di lavoratore “economicamente dipendente”, ma nel contempo riconosciuto de jure come “autonomo”, potrebbe offrire una sponda giuridica per rendere più difficili le future cause per assunzione per lavoro dipendente dissimulato da autonomo.Questi e altri passaggi della delibera ci sconcertano, e non possono non preoccuparci vivamente per le possibili conseguenze. Ovviamente ci rendiamo conto di quanto l'attuazione della legge 233 sia pesantemente condizionata dalla concomitante trattativa per il rinnovo del contratto nazionale di categoria, e dalla netta chiusura degli editori verso l'ineludibile urgenza del riconoscimento di sostanziali diritti e tutele collettive per gli autonomi. Editori che hanno però malauguratamente trovato in Commissione equo compenso delle sponde nell'atteggiamento del Governo. Che finora, per l'attuazione di questa legge, non ha fatto scelte a netta tutela della parte più debole, ricattabile e sottopagata dei lavoratori dell'informazione, ma ha puntato prevalentemente a mediare tra le esigenze contrapposte delle parti, sostenendo a tale fine delle interpretazioni pesantemente restrittive della Legge 233.Il risultato è che la Commissione, presieduta dal Sottosegretario all'Editoria e informazione Legnini, in seguito a tali orientamenti, ha de facto limitato il campo di applicazione della legge 233. Cosa però che non rientra nei suoi poteri. I compiti della Commissione sono infatti già chiaramente stabiliti nella Legge 233, e sono stabilire il “quantum” e le modalità d'attuazione e controllo dell'equo compenso, e non “se e a chi” questo si possa applicare.In questo senso le interpretazioni formulate dal professor Treu non possono prevalere sul nulla osta al testo di legge già a suo tempo affermato dalle competenti Commissioni parlamentari, oltre che dalla promulgazione dello stesso da parte del Presidente della Repubblica.Pertanto il parere “pro veritate” del professor Pessi, meritoriamente formalizzato alla Commissione, da una parte non fa che tentare di riportare dentro la legittimità giuridica le deliberazioni della stessa. E dall'altra, proprio per queste ragioni, non può essere ignorato, per affidarsi invece a un gioco di successive interpretazioni e imponderabili contrattazioni politiche circa la portata e l'applicabilità della legge 233.Ci rendiamo peraltro conto di come i nostri rappresentanti di categoria si siano trovati messi nell'angolo in Commissione da una maggioranza editori-Governo, e da uno stato d'inattuazione della legge fuori ogni tempo massimo. Dovendo così effettuare delle scelte, anche parziali e difficili. Confidando magari sulla possibilità di successive interpretazioni e contrattazioni più favorevoli.Ma siamo anche convinti che questo piano inclinato delle “interpretazioni” corre il rischio di divenire man mano più ripido e rovinoso, fino a svuotare di quasi ogni portata la legge 233. E, invece di risolvere dei problemi, di generare un'ampia serie di contenziosi, anche giudiziali.Siamo pertanto convinti che, per uscire da questo pericoloso piano inclinato, bisogna riportare quanto più possibile l'attuazione dell'equo compenso entro la lettera e lo spirito di quanto già prevede la legge 233, varata espressamente per dare applicazione all'articolo 36 della Costituzione anche ai giornalisti lavoratori autonomi, senza distinzione alcuna.Riteniamo quindi che i parametri-guida debbano essere: a quanti si applicherà la legge e quanti ne resterebbero eventualmente esclusi? L'equo compenso sarà nel rispetto della lettera dell'art. 36 della Costituzione e “in coerenza con i trattamenti previsti dalla contrattazione collettiva nazionale di categoria” in favore dei giornalisti dipendenti, come prescrive l'art. 2 della legge?Ora il testimone delle trattative è passato al rappresentante degli editori e a quello della Fnsi, per tentare di trovare un accordo, che sarà sottoposto al voto della Commissione il 28 febbraio.Al rappresentante della Fnsi chiediamo quindi di fare tutto il possibile per riportare l'attuazione dell'equo compenso nell'alveo, nella lettera e nello spirito della legge 233.E chiediamo agli altri dirigenti di categoria in Commissione, ai rappresentanti delle Assostampa e dei lavoratori autonomi, di sostenere in tutti i modi tale impegno e obiettivo, anche dando vita a una mobilitazione attorno alla Commissione e ai suoi lavori, sensibilizzando l'opinione pubblica, le forze politiche, il Governo, a sostenere questa battaglia.Che non è quella di garantire dei privilegi a qualcuno. Ma di garantire a tutti gli stessi diritti, così come prevede la Costituzione. Perchè non è più tollerabile che i diritti, anche fra i giornalisti, siano riconosciuti solo a chi ha in tasca un contratto da dipendente a tempo indeterminato.Anche perché, nei dati ufficiali, oramai il 60% dei giornalisti attivi sono formalmente degli autonomi. Una percentuale raddoppiata negli ultimi 13 anni, e in costante crescita, a fronte di una progressiva contrazione degli organici redazionali e dei giornalisti con contratti da dipendenti. La linea-guida di ogni politica della professione dev'essere che i giornalisti dipendenti di oggi possono essere gli “autonomi” di domani. Bisogna quindi stabilire con quali diritti e tutele.


 I componenti della Commissione Nazionale Lavoro Autonomo della FNSI : Antonio Armano (Lombardia), Maurizio Bekar (Friuli Venezia Giulia), Susanna Bonfanti (Toscana),Claudio Chiarani (Trentino Alto Adige), Dario Fidora (Sicilia), Francesca Marruco (Umbria), Saverio Paffumi (Lombardia), Giovanni Ruotolo (Piemonte) eLaura Viggiano (Campania)


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