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Aspiranti pensionati come Achille che insegue la tartaruga senza mai raggiungerla. Quel paradosso è tornato purtroppo attuale con gli esodati (e non solo). Dal 1° gennaio 2016 l’età della pensione slitta di 4 mesi. L’onorevole Maria Luisa Gnecchi (Pd) chiede al Governo di diversificare l’adeguamento dei requisiti di accesso al pensionamento alla speranza di vivere. I dirigenti oggi hanno una aspettativa di vita più lunga di 7,6 anni rispetto agli operai. Il Governo promette di affrontare il problema. In Italia si registra un innalzamento dell'età pensionabile non riscontrabile negli altri Paesi dell'Unione europea. Nel periodo 2013-2016 l’innalzamento è di 7 mesi e così i giovani aspettano anni per sostituire gli “anziani”.


Milano, 11 gennaio 2015. Il 16 dicembre 2014 i requisiti di accesso al pensionamento, con un decreto del Tesoro,  sono stati adeguati (con un allungamento di ulteriori 4 mesi)  agli incrementi della speranza della vita. L’età pensionabile era già slittata di tre mesi nel 2011.  Così accade che la sostituzione degli anziani con i giovani senza lavoro si allontana. E poi ricerche anche estere dicono che i dirigenti, mediamente vivono almeno 5 anni in più  degli operai. Con una interrogazione “a risposta immediata in Commissione”  (atto 5-04388) al Ministro del Lavoro l’onorevole Maria Luisa Gnecchi (Pd)  ha chiesto  la sospensione del decreto  di allungamento dell’età pensionabile  “per dare corso agli approfondimenti necessari per individuare un criterio di adeguamento dell'aspettativa di vita che tenga conto anche delle mansioni svolte, delle qualifiche, della durata dell'attività lavorativa e dell'effettiva durata della pensione in essere”. Il sottosegretario Massimo CASSANO risponde e annuncia la disponibilità del Governo ad affrontare  i temi sollevati dall’interrogazione. Il decreto del Ministero dell'economia e delle finanze del 16 dicembre 2014, che eleva i requisiti per l'accesso alla pensione di ulteriori 4 mesi, è stato, comunque,  redatto in ossequio alle disposizioni normative in materia e secondo una logica tesa al mantenimento della sostenibilità finanziaria del sistema pensionistico. Pubblichiamo l’interrogazione e la  risposta dl Governo:


1.GNECCHI, DAMIANO, ALBANELLA, BARUFFI, BOCCUZZI, CASELLATO, DELL'ARINGA, DI SALVO, CINZIA MARIA FONTANA, GIACOBBE, GREGORI, GRIBAUDO, INCERTI, MAESTRI, MICCOLI,PARIS, GIORGIO PICCOLO, ROTTA, SIMONI, VENITTELLI e ZAPPULLA. — Al Ministro del lavoro e delle politiche sociali. — Per sapere – premesso che:


il decreto-legge n. 201 del 2011, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 214 del 2011, approvata nel dicembre 2011, è intervenuto sul sistema previdenziale italiano penalizzando fortemente coloro che erano prossimi al raggiungimento dei requisiti pensionistici previgenti e allungando oltremodo il periodo di attesa della pensione;


nella Gazzetta Ufficiale n. 301 del 30 dicembre 2014 è stato pubblicato il decreto del Ministero dell'economia e delle finanze recante adeguamento dei requisiti di accesso al pensionamento agli incrementi della speranza di vita adottato dal Ragioniere generale dello Stato di concerto con il direttore generale delle politiche previdenziali e assicurative, che sulla base dei calcoli forniti dall'ISTAT sull'aspettativa di vita, ha proceduto all'adeguamento dei requisiti pensionistici, incrementandoli di ulteriori quattro mesi a partire dal 1° gennaio 2016;


in questa fase sarebbe prioritario garantire un lavoro ai giovani e questo Governo fin dal suo insediamento cerca di favorire la staffetta generazionale;


tale ulteriore incremento di quattro mesi per l'aspettativa di vita, come già quello precedente di tre mesi, introdotto a partire dal 1° gennaio 2013, penalizza fortemente anche quei lavoratori che potevano accedere alla deroga (salvaguardia) prevista dal comma 14 dell'articolo 24 del decreto-legge n. 201 del 2011;


l'incremento dei requisiti per l'accesso alla pensione penalizza quindi ulteriormente la possibilità per i giovani di entrare nel mondo del lavoro in sostituzione delle persone anziane e ciò è ben evidenziato dalle statistiche sul preoccupante livello della disoccupazione giovanile del nostro Paese, pubblicate periodicamente dall'ISTAT, e renderà ancora più complicata la gestione delle salvaguardie per persone già in difficoltà, con una ulteriore penalizzazione delle donne che avrebbero dovuto compiere i 60 anni entro la fine della mobilità e che a fronte di qualche mese di attesa, se non fosse intervenuta la riforma previdenziale del 2011 con l'innalzamento dell'età per la pensione di vecchiaia senza gradualità, si troveranno 7 anni senza lavoro, senza ammortizzatori sociali e senza pensione;


secondo alcuni studi l'aspettativa di vita di un lavoratore dipende da diversi fattori, tra i quali il reddito, il livello di istruzione, la provenienza familiare, l'esposizione a fattori di rischio connessi con l'attività lavorativa svolta, le abitudini e gli stili di vita;


in particolare, un recente studio, realizzato da Carlo Maccheroni, componente del Centro di ricerca sulle dinamiche sociali dell'università Bocconi e docente di demografia all'università di Torino, dimostra che un laureato di 35 anni oggi ha un'aspettativa di vita di 7,6 anni in più rispetto ad un coetaneo con un titolo di studio inferiore. La maggiore aspettativa di vita è leggermente diversa per le donne: una laureata di 35 anni oggi, infatti, sempre secondo lo studio, ha una prospettiva di sopravvivenza di 6,5 anni più lunga di una coetanea con titolo di studio inferiore. La differente mortalità sottintende differenze nella gestione della salute e nelle condizioni di vita, spiega il professor Maccheroni, ma le disuguaglianze non sono riconducibili solo al diverso bagaglio di conoscenze acquisite durante il percorso scolastico/formativo, che di per sé implica una differenza retributiva che influenza la vita e la salute, ma si manifestano anche nell'attitudine ad ampliare le proprie conoscenze in molti campi. Chi ha un grado di istruzione più elevato, secondo la ricerca che ha quantificato queste differenze, ha più facilità a reperire e gestire conoscenze, che regolano positivamente i comportamenti riguardo a uno stile di vita salutare e a un più informato accesso alle cure sanitarie. Aggiunge sempre lo studio, che analizza anche sistemi di welfare: un sistema che basa il calcolo della pensione su dati medi di aspettativa di vita uguali per tutti, come dalla «riforma Dini», rischia di creare sperequazioni nel trattamento. Le statistiche dimostrano, infatti, che la vita media è aumentata tanto per gli uomini come per le donne, ma ciò che questa ricerca evidenzia è che per gli strati sociali più bassi aumenta meno che per quelli più alti. Le politiche sociali varate dai Governi negli ultimi decenni, conclude il docente universitario, non sono quindi ancora riuscite ad incidere positivamente sulla situazione;


un recente studio dell'INSEE (struttura di ricerca francese) ha dimostrato quanto pesino le differenze sociali sulla longevità, tanto da arrivare ad accertare che l'aspettativa di vita di un dirigente, è di sei anni e sei mesi più elevata, rispetto ad un coetaneo operaio. Una precedente ricerca in Inghilterra – Galles del 2004, già verificava che l'aspettativa di vita dopo i 65 anni, per i professionisti è di circa 18 anni, mentre quella di un operaio non qualificato di circa 13 anni;


ciò significa che coloro che hanno svolto lavori meno qualificati e hanno versato per 40 anni contributi e oltre, godono della pensione per un numero minore di anni e ciò dovrebbe essere sufficiente a supportare la motivazione che null'altro si può chiedere a coloro che svolgono lavori manuali e che hanno iniziato l'attività lavorativa dall'età di 15 anni;


sull'aspettativa di vita sarebbe opportuno differenziare le tipologie di lavoro, classificare in modo dettagliato i lavori usuranti, rivedere anche quali lavori nella realtà portino ad una vita più breve, come dimostrano alcuni studi statistici sui macchinisti e personale viaggiante sui treni di cui spesso si è occupata la commissione lavoro;


considerato che l'applicazione delle disposizioni un materia di aspettativa di vita sta già creando situazioni gravi per i lavoratori e, in particolare, le lavoratrici esclusi dalle deroghe previste dal comma 14 dell'articolo 24 del decreto-legge n. 201 del 2011, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 214 del 2011, proprio a causa degli incrementi dei requisiti pensionistici per l'aspettativa di vita –:


se non ritenga il Ministro interrogato di intervenire per verificare la reale esistenza in vita dei titolari di pensioni INPDAI e delle casse professionali e dei titolari di pensioni di anzianità, con particolare attenzione ai lavoratori precoci e alla classe di importo della pensione in godimento e, conseguentemente, per promuoverle la sospensione del decreto di cui in premessa per dare corso agli approfondimenti necessari per individuare un criterio di adeguamento dell'aspettativa di vita che tenga conto anche delle mansioni svolte, delle qualifiche, della durata dell'attività lavorativa e dell'effettiva durata della pensione in essere. (5-04388)


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2.RISPOSTA SCRITTA PUBBLICATA GIOVEDÌ 8 GENNAIO 2015 NELL'ALLEGATO AL BOLLETTINO IN COMMISSIONE XI (LAVORO) 5-04388  - Con l'atto parlamentare presentato dall'onorevole Gnecchi e altri, concernente il decreto del Ministero dell'economia e delle finanze del 16 dicembre 2014 recante l'adeguamento dei requisiti di accesso al pensionamento agli incrementi della speranza di vita. Ricordo che le recenti politiche in materia pensionistica sono state improntate all'esigenza di garantire la sostenibilità di lungo periodo del sistema e si sono progressivamente sviluppate attraverso una serie di provvedimenti, tra i quali quelli volti ad adeguare i requisiti anagrafici per l'accesso al sistema pensionistico all'incremento della speranza di vita (accertato dall'ISTAT). Il principio dell'adeguamento alla speranza di vita è stato originariamente introdotto dall'articolo 22-ter, comma 2 del decreto-legge n. 78 del 2009. Tale disposizione prevedeva che l'adeguamento decorresse dal 1° gennaio 2015, con modalità tecniche demandate ad un apposito regolamento di delegificazione, da emanarsi entro il 31 dicembre 2014. Successivamente la normativa in questione è stata interessata, in breve lasso di tempo, da plurimi interventi normativi, tra i quali il decreto-legge n. 201 del 2011, cosiddetto decreto Salva Italia che ha comportato un generale aumento dei requisiti pensionistici. In ordine al quesito posto dagli onorevoli interroganti voglio sottolineare che il decreto del Ministero dell'economia e delle finanze del 16 dicembre 2014 che eleva i requisiti per l'accesso alla pensione di ulteriori 4 mesi, è stato redatto in ossequio alle disposizioni normative in materia e secondo una logica tesa al mantenimento della sostenibilità finanziaria del sistema pensionistico.  Trattasi del secondo adeguamento dei requisiti pensionistici alla speranza di vita, mentre il primo è avvenuto con decreto del 6 dicembre 2011 che aveva già comportato un aumento dei requisiti pari a 3 mesi. Ciò detto, tenuto conto che per alcune categorie di lavoratori sono già previsti requisiti di accesso al pensionamento più favorevoli, la questione sollevata dagli onorevoli interroganti è meritevole di ulteriore approfondimento, in considerazione del fatto che l'attuale sistema pensionistico prevede il progressivo aumento dell'età pensionabile. Evidenziando, infine, l'oggettiva complessità della questione trattata che deve essere affrontata con uno studio condiviso assieme agli altri uffici interessati sotto il profilo tecnico e finanziario, faccio presente che l'INPS ha dichiarato fin d'ora la disponibilità ad effettuare un approfondimento finalizzato a valutare la possibilità di diversificare il criterio di adeguamento dell'aspettativa di vita in base alle specifiche caratteristiche dell'attività lavorativa.


Marialuisa GNECCHI (PD) illustra la sua interrogazione, sottolineando come, a fronte dell'ulteriore adeguamento dei requisiti pensionistici, incrementati di ulteriori quattro mesi a partire dal 1° gennaio 2016, in base all'aspettativa di vita, vi sia l'esigenza di svolgere adeguati approfondimenti, affinché si individui un criterio che, in sede di adeguamento dei predetti requisiti, tenga conto delle mansioni svolte, delle qualifiche, della durata dell'attività lavorativa e dell'effettiva durata della pensione in essere. Chiede, in particolare, che siano forniti dati precisi sulla durata della percezione dei trattamenti pensionistici per le diverse categorie di lavoratori.


3. Il sottosegretario Massimo CASSANO risponde all'interrogazione nei termini riportati:


Con l'atto parlamentare presentato dall'onorevole Gnecchi e altri, concernente il decreto del Ministero dell'economia e delle finanze del 16 dicembre 2014 recante l'adeguamento dei requisiti di accesso al pensionamento agli incrementi della speranza di vita.


Ricordo che le recenti politiche in materia pensionistica sono state improntate all'esigenza di garantire la sostenibilità di lungo periodo del sistema e si sono progressivamente sviluppate attraverso una serie di provvedimenti, tra i quali quelli volti ad adeguare i requisiti anagrafici per l'accesso al sistema pensionistico all'incremento della speranza di vita (accertato dall'ISTAT).


Il principio dell'adeguamento alla speranza di vita è stato originariamente introdotto dall'articolo 22-ter, comma 2 del decreto-legge n. 78 del 2009.


Tale disposizione prevedeva che l'adeguamento decorresse dal 1o gennaio 2015, con modalità tecniche demandate ad un apposito regolamento di delegificazione, da emanarsi entro il 31 dicembre 2014.


Successivamente la normativa in questione è stata interessata, in breve lasso di tempo, da plurimi interventi normativi, tra i quali il decreto-legge n. 201 del 2011, cosiddetto decreto Salva Italia che ha comportato un generale aumento dei requisiti pensionistici.


In ordine al quesito posto dagli onorevoli interroganti voglio sottolineare che il decreto del Ministero dell'economia e delle finanze del 16 dicembre 2014 che eleva i requisiti per l'accesso alla pensione di ulteriori 4 mesi, è stato redatto in ossequio alle disposizioni normative in materia e secondo una logica tesa al mantenimento della sostenibilità finanziaria del sistema pensionistico.


Trattasi del secondo adeguamento dei requisiti pensionistici alla speranza di vita, mentre il primo è avvenuto con decreto del 6 dicembre 2011 che aveva già comportato un aumento dei requisiti pari a 3 mesi.


Ciò detto, tenuto conto che per alcune categorie di lavoratori sono già previsti requisiti di accesso al pensionamento più favorevoli, la questione sollevata dagli onorevoli interroganti è meritevole di ulteriore approfondimento, in considerazione del fatto che l'attuale sistema pensionistico prevede il progressivo aumento dell'età pensionabile.


Evidenziando, infine, l'oggettiva complessità della questione trattata che deve essere affrontata con uno studio condiviso assieme agli altri uffici interessati sotto il profilo tecnico e finanziario, faccio presente che l'INPS ha dichiarato fin d'ora la disponibilità ad effettuare un approfondimento finalizzato a valutare la possibilità di diversificare il criterio di adeguamento dell'aspettativa di vita in base alle specifiche caratteristiche dell'attività lavorativa.


Marialuisa GNECCHI (PD), replicando, dichiara di apprezzare la disponibilità del Governo ad approfondire la tematica, pur sottolineando l'esigenza di addivenire a una soluzione in tempi certi, tenuto conto dei ristretti termini temporali previsti dalla normativa vigente. Fa notare che un indiscriminato e poco meditato adeguamento dei requisiti pensionistici alle aspettative di vita rischia di pregiudicare la posizione di quei soggetti impiegati per anni in attività fortemente usuranti nonché di tutti quei lavoratori che sono da anni in attesa di uscire dal lavoro, tra cui cita gli stessi soggetti interessati negli ultimi anni dalle misure di salvaguardia rispetto alle previsioni del decreto-legge n. 201 del 2011. Richiama, al riguardo, l'esigenza che il Governo fornisca al riguardo dati precisi circa l'identificazione delle platee coinvolte. Rilevato che, sulla base di una analisi comparata, in Italia si registra un innalzamento dell'età pensionabile non riscontrabile negli altri Paesi dell'Unione europea, evidenzia l'esigenza di porre rimedio a talune distorsioni presenti nella disciplina previdenziale – tra cui cita quelle che, ad esempio, posticipano la pensione di alcune donne rispetto ad altre per minime differenze nei requisiti anagrafici – sottolineando come tali incongruenze rischino di pregiudicare l'accesso al mondo del lavoro da parte dei giovani.


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Paradosso di "Achille e  la tartaruga". La descrizione di Borges - Una delle descrizioni più famose del paradosso è dello scrittore argentino Jorge Luis Borges: «Achille, simbolo di rapidità, deve raggiungere la tartaruga, simbolo di lentezza. Achille corre dieci volte più svelto della tartaruga e le concede dieci metri di vantaggio. Achille corre quei dieci metri e la tartaruga percorre un metro; Achille percorre quel metro, la tartaruga percorre un decimetro; Achille percorre quel decimetro, la tartaruga percorre un centimetro; Achille percorre quel centimetro, la tartaruga percorre un millimetro; Achille percorre quel millimetro, la tartaruga percorre un decimo di millimetro, e così via all’infinito; di modo che Achille può correre per sempre senza raggiungerla». Un altro approccio considera il significato fisico degli intervalli spaziali, le cui dimensioni dopo pochi passaggi sono estremamente ridotte, perché secondo la meccanica quantistica non ha senso considerare intervalli più piccoli di una determinata dimensione. IN http://it.wikipedia.org/wiki/Paradosso_di_Achille_e_la_tartaruga



 



 






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