Caro Franco, stupisce che abbia suscitato critico stupore l’accoglimento del ricorso Di Mare da parte del Consiglio nazionale dell’Ordine. Mi sembra invece una decisione coerente con la sostanziale incoerenza di un consesso troppo affollato e troppo variegato. Con tutto il gran parlare di Deontologia, Etica e altri Valori con le iniziali maiuscole che vi si fa, mi domando come sia possibile non avvertire nel Consiglio stesso incongruenze ed elasticità che appaiono anch’esse frutto della labilità del confine sempre più sfumato tra comunicazione (al servizio del committente) e informazione (al servizio del cittadino). Quis custodit custodem? Non è il solo interrogativo da porsi.
Mi domando, per esempio: i piccoli editori/direttori di giornali locali che sono membri del Cnog come si pongono nei rapporti coi committenti pubblicitari, dai quali può dipendere la sopravvivenza della loro attività? E ancora, mi domando: i nobili crociati della Carta di Firenze, dell’Equo Compenso, della doverosa salvaguardia della dignità professionale dei giornalisti, hanno mai approfondito come vengono retribuiti i collaboratori delle testate che fanno capo a direttori/editori consiglieri nazionali? Immagino benissimo. Ma, appunto, bisogna affidarsi all’immaginazione.
Più la crisi morde l’editoria dell’informazione, più le strutture della categoria giornalistica diventano composite e più incalzano le domande. Perché – mi domando – un avvocato può salire sul podio del nostro Consiglio, non da consulente legale ma da collega, per dirci come andrebbe riformato l’Ordine dei giornalisti: gli interessi della nostra categoria coincidono con quelli della sua? Perché un commercialista può salire sullo stesso podio e spiegarci – non da consulente commercialista ma da collega – come dobbiamo organizzare gli aggiornamenti professionali: le esigenze di un cronista di “nera” sono simili a quelle di un fiscalista? E possono strologare di lavoro giornalistico con cognizione di causa consiglieri nazionali che non hanno mai messo piede in una redazione di giornale?
Sono interrogativi che riguardano la sopravvivenza della categoria dei giornalisti, le condizioni della professione, il futuro prossimo del nostro sistema previdenziale. Scusami, caro Franco, ma non riesco a non domandarmi perché professori di scuola in servizio o in pensione, dipendenti di enti pubblici in servizio o in pensione, imprenditori e/o commercianti possono suggerire, approvare o bocciare decisioni dalle quali potranno dipendere le pensioni dei giornalisti: un pensionato statale cosa ha da spartire con un pensionato INPGI?
Me lo sono chiesto qualche giorno fa, quando al Consiglio nazionale dell’Ordine è stata annunciata la istituzione – credo non esaminata in comitato Esecutivo – di un gruppo di consiglieri chiamati ad elaborare entro il 9 luglio una proposta di riforma dell’Ordine “condivisa all’unanimità”, da presentare in Esecutivo il 10 luglio e ad una eventuale sessione straordinaria del Consiglio il 18-19 luglio. Procedura inusuale in sé, ma tanto più per un obiettivo così impegnativo da apparire irraggiungibile: difatti il consigliere Beppe Errani – ex inviato speciale del Carlino – si è clamorosamente dimesso dalla Commissione Giuridica, ritenendola esautorata di fatto da questa estemporanea iniziativa.
Aldilà della reazione di un consigliere e della estrema difficoltà del compito, a rendere significativa la vicenda è in realtà la bizzarra composizione della speciale task force. Degli undici consiglieri nazionali che la compongono, quattro (uso tra virgolette le qualifiche previste dalla Legge n. 69/63) sono “giornalisti professionisti” e ben sette sono “pubblicisti”. Come dire che a pronunciarsi su come dovrebbe essere modificato l’Ordine dei Giornalisti sono stati chiamati in pesante maggioranza (7-4) consiglieri nazionali che non hanno avuto e/o non hanno il giornalismo come loro attività professionale esclusiva. Una stravaganza per me inaccettabile e inquietante.
Ma non sorprendente. Proprio durante l’ultima sessione un consigliere “pubblicista” aveva tuonato dal podio: “Gli iscritti all’Ordine sono 100.000 circa. I pubblicisti sono circa 75.000, i professionisti sono circa 25.000 e così deve restare”. Ennesima granitica risposta a quel progetto di riforma che stavano studiando i parlamentari giornalisti, di lunga esperienza e di diverso schieramento, Giancarlo Mazzuca (centrodestra) e Giuseppe Giulietti (centrosinistra). Nella loro visione – per me correttissima - i due elenchi dell’Ordine dovrebbero riprodurre in Consiglio nazionale la stessa ratio dei Consigli regionali, cioè 60 “giornalisti professionisti” e 30 “pubblicisti”.
Personalmente, non credo che gli Ordini professionali italiani corrano rischi a breve termine. Quella delle riforme è sempre un’aria micidiale per la salute di tutti i nostri governi. La lunghissima discussione su cosa e come riformare li indebolisce e poi, quando arriva il momento delle carte in tavola, arriva sempre puntualissimo il réfolo che li abbatte. Si resetta tutto e la sceneggiata ricomincia daccapo. Quando entrai in Consiglio nazionale nel 1995 per la prima delle mie cinque consiliature, mi ritrovai quasi subito in un gruppo di lavoro istituito per studiare la riforma dell’Ordine. Dopo diciassette anni l’Ordine – gonfiatosi nel frattempo fino all’inverosimile e all’incontrollabile - è ancora lì da riformare, mentre il giornalismo italiano sta scadendo a livelli di imbarazzante modestia etica e professionale. Chissà se arriverà mai un governo abbastanza allergico all’ipocrisia da rendersi conto che trattare con gli Ordini le riforme dagli Ordini è come chiedere ai tacchini la settimanalizzazione del Natale. Grazie dell’ospitalità e un caro abbraccio.
Gianni de Felice
data 24 giugno 2012